Non toccateci Beniamino. Comunque la si pensi, è un dovere stare al fianco del nostro pastore

Qualche tempo fa criticai il vescovo della Diocesi di Nola Beniamino Depalma. Non mi era andata giù la sua presa di posizione contro l’iniziativa di uno sportello anti-omofobia promosso dall’assessore Benedetto Cava a San Paolo Bel Sito. Lo feci con la schiettezza che mi contraddistingue. La stessa schiettezza che riconosco nel nostro vescovo. Qualsiasi giornalista si sia trovato (una o più volte, per poco o molto tempo) a confronto con padre Beniamino, ne ha potuto riconoscere l’animo schietto, il modo diretto di porgersi all’interlocutore, l’assoluta mancanza di mediazione tra pensiero e parola, e lo sguardo attento nel valutare la domanda dell’intervistatore. Il vescovo Depalma non è un uomo qualunque, non è un sacerdote qualunque. E’ uno che dice quello che pensa, è uno che difende sempre, in ogni occasione, chi soffre, è uno che non gira in auto blu, è uno che apre la porta a chi bussa con il suo carico di dolore. Padre Beniamino è un vescovo che sa dirti quanti nolani e quanti stranieri frequentano la sua mensa fraterna. E’ un sacerdote che non parla genericamente dei “disagi della società”, ma che sa individuare il male peggiore (l’usura) perché conosce il suo territorio meglio di tanti altri che lo amministrano. Padre Beniamino, come dico io spesso in maniera irriverente, è un prete che “mena zeppate” ai sindaci, agli assessori, a chi governa questa terra. Non è un barricadiero, anche se si mette davanti ai cancelli della Fiat accanto agli operai. Non è un vescovo-ribelle, né un rivoluzionario. E’ un prelato anche rigido e conservatore su molti temi (l’omosessualità è uno di questi). Ma è un prelato che non ama bizantinismi e giri di parole. Non parlerà mai come don Gallo o come padre Alex Zanotelli, non avrà mai il carisma di don Tonino Palmese, ma è uno che “parla in faccia”. Ho sempre apprezzato il suo animo scoperto. Lo ricordo una decina di anni fa, quando accolse ambientalisti e giornalisti e si schierò contro la costruzione dell’allora cdr di Tufino. Mentre alcuni sindaci ci lasciavano sotto le case comunali ad aspettare fantomatiche decisioni, padre Beniamino ci accoglieva e ci spiegava che il popolo nolano doveva reagire. Fu allora che gli sentii dire quello che altre volte gli ho sentito dire: “Il popolo nolano è un popolo che soffre di apatia”. Me lo ha ribadito in una recente intervista: “I nolani devono sollevarsi dal loro atteggiamento apatico e prendere coscienza delle loro potenzialità”. Il nostro vescovo ci conosce proprio bene, ed è per questo che oggi è un nostro dovere (di fedeli o laici, di cattolici o atei, di moderati o meno, già solo per il fatto di abitare questa terra, ed anche e soprattutto se siamo tra quelli che ne criticano alcune prese di posizione su certi temi) di schierarci al suo fianco e sollevarci contro l’assurda sterile polemica della Fiat. Lo zelante responsabile del Vico Giuseppe Figliuolo che ha scritto al vescovo la sua lettera carica di pregiudizi ed aziendalismo becero, può ora inviare una lettera anche a ciascuno di noi. E definirci violenti. Lo siamo, perché siamo al fianco del nostro pastore. 

Addio Enzo.

Ci sono delle morti che non riuscirò mai ad accettare. Una di queste è stata quella di Enzo D’Apolito, una persona perbene, un attore, un uomo schietto che ha seguito il suo percorso artistico ed umano con linearità, dignità, dedizione. Tanti a Mugnano e nel Mandamento a poche ore dalla sua morte lo stanno ricordando, credo che siamo tutti scioccati dalla rapidità e dalla ingiustizia di questa morte che ha strappato Enzo alla sua famiglia ed alla sua compagna. Enzo era una persona coerente, e ho sempre apprezzato la sua voglia di seguire il proprio talento artistico senza scendere a compromessi.Ha messo in scena tante commedie con La Macchia e tante piece teatrali impegnate con i Linguaggi trasversali di Franco Scotto. E’ stato protagonista e comprimario, ha fatto il regista e macinato provini su provini.  L’ultima sua ‘apparizione’, se non erro, è stata in una puntata di “Amore criminale” su Rai Tre, che lui purtroppo non ha potuto vedere. Era già altrove ,impegnato in una recita più grande, quella della vita.

Caro Enzo, ti bacio ed abbraccio con affetto insieme a tutti i mugnanesi. 

Salutaci Eduardo De Filippo. Ci mancherai. 

 

CORICARSI DI FACCIA E SVEGLIARSI DI CULO (breve storia della politica del mio paese)

Il titolo è un detto che ho sentito pronunciare diverse volte, riferito ai mugnanesi (popolazione di cui faccio parte). “I mugnanesi? Se coccan’ e faccia e se scetane ‘e culo” si dice, immagino per rimarcare l’ipocrisia strisciante che qualcuno attribuisce al nostro popolo. Perfidi, sono sicura che non è vero. Balle inventate dagli invidiosi, figuratevi. Questo modo di dire cattivello, però, mi è venuto in mente oggi dopo avere saputo l’ultima novità che manda in fibrillazione la piazza (letteralmente) di Mugnano. Una lettera anonima scuote gli equilibri dell’opinione pubblica (…) e si fa beffe del nuovo consiglio comunale, della appena rieletta maggioranza, del sindaco riconfermato e di assessori da farsi. Wow! Che emozione. Che novità. Che modo moderno e all’avanguardia di leggere la cosa pubblica locale. Un sentito grazie ed un “complimenti” agli estensori di questo “pasquino” virtuale (pare giri sulle bacheche di facebook mugnanesi).

Quando ho saputo dell’esistenza di questa nota senza firma, che qualcuno ha addirittura stampato per farla leggere a chi è digiuno di Fb, ammetto di averla cercata sul social network. Forse ho troppi pochi compaesani tra le amicizie, o forse ho pochi movimenti politici affiliati, fatto sta che non l’ho trovata. Mi è stata però a grandi linee raccontata. Nella lettera anonima si prende di mira la maggioranza che è uscita dalle urne lo scorso 27 maggio, quando Nuova alleanza popolare ha vinto le elezioni. Si fanno nomi di papabili, si prende in giro sulle possibili deleghe, si additano abusi etc. Io la campagna elettorale l’ho seguita per Il Mattino, per il resto non ho espresso grandi idee né commenti memorabili su una competizione che ho vissuto con equidistanza. Passata la fase elettorale, letti i nomi degli eletti, ero pronta a scrivere un post di auguri alle donne che hanno stravinto. A Concetta, Marianna, Pasqualina ed alle altre che hanno totalizzato fior di preferenze (anche grazie al voto di genere) volevo esprimere il mio augurio e il mio incoraggiamento. Poi però ho saputo della lettera anonima, e mi sono ricordata che no, non vivo altrove, vivo proprio in questo paese dove spesso (troppo spesso) la politica si fa coi manifesti pubblici senza la firma sotto, con le lettere senza mittente, con le invettive dietro le spalle, con le auto segnate da chi ti ritiene antipatica, con un consiglio comunale in cui la voce della maggioranza è grossa e quella della minoranza (ma forse siamo noi che siamo sordi) flebile (ma so che con Lucio. Dimitri e Concetta non sarà così), con gli atteggiamenti di faccia e quelli di culo. Una pratica politica che mi disgusta.

Io non sono e non sono mai stata una persona dalle grandi proposte politiche per il mio paese, non mi sento all’altezza di una candidatura né mi piace competere. Non sono di quelle che critica senza mettersi in gioco, per questo preferisco guardare cosa farà la maggioranza e cosa l’opposizione per poi giudicare. Ho simpatie ed antipatie, ma cerco per quanto possibile di circoscriverle al personale. Chi si candida, quando è motivato dall’interesse collettivo, ha la mia stima (e a volte la mia fiducia). Perché chi si candida ci mette la faccia. Come io metto la faccia su questo blog, sul Mattino, sul mio sito di informazione dell’area nolana, su Facebook. Ed è questa la differenza, nel mio paese ma anche nel mondo, tra chi fa la vera politica, quella onesta, e chi invece usa il mezzo pubblico per azionare la macchina del fango senza però farci vedere chi ha pigiato sull’interruttore.

Non è la prima volta che a Mugnano l’anonimo spettatore scende in campo. Ci sono andata di mezzo anche io, qualche anno fa, nel periodo delle polemiche sul terzo mandato di Colucci, quando la redazione del mio quotidiano ricevette una feroce lettera (anonima) in cui si criticava quanto scrivevo (usavo la penna come la pistola, si scrisse). E’ successo alle amministrazioni che si sono succedute, finite nel mirino di (anonimi) oppositori in deliranti manifesti o anche in manifesti degni di nota ma non firmati. Poi ci sono le firme standard, i vari “comitati”, “paesi” etc. Manca solo V di Vendetta, e siamo al completo.

Questo modo di fare e di vivere la politica è purtroppo spia di una mentalità che resiste ancora a Mugnano, paese in cui a molti piace svegliarsi di culo perché permette di fare i propri comodi, intessere le proprie relazioni personali e professionali, farsi belli in pubblico, ma covare il dispetto, la critica e la maldicenza nel privato. Sentendosi poi autorizzato ad esternarli quando i giochi sono fatti. Ma solo in anonimato, perché forse sono in pochi ad avere il coraggio di metterci la faccia. Non so chi abbia scritto questa lettera, e ripeto non l’ho letta completamente, ma allo sconosciuto vorrei suggerire una sola cosa: se ritieni le tue idee degne di nota, se le ritieni oneste e credibili, se le tue critiche sono motivate, firmati. Ti attirerai qualche antipatia, forse, e magari qualcuno ti girerà la faccia in strada. Ma potrai guardarlo in viso a testa alta.

Via Nicola Pugliese? Nossignorina ripassate…mo’ è Malacqua

Stanotte ho fatto un sogno. Entravo nel bar Pasquino per prendermi un gelato quando mi sento chiamare: “Signorina. Signorina buonasera”. Mi giro, è Nicola Pugliese seduto ad un piccolo tavolo in un angolo, una copia di Repubblica ed una del Mattino davanti.

“Signorina, venga un poco qua” mi invita.

“Maestro- rispondo sconvolta- Maestro…ma io pensavo lei fosse…beh insomma, pensavo fosse morto”.

“Non chiamarmi Maestro e leva quella maiuscola, prima di tutto. E poi tutto è relativo, pure la morte. E nei sogni la relatività è doppia. E poi non fare subito la professoressa e ascoltami”.

“Sì, maestro. Cioè, sì dottor Pugliese”.

“Sì, dottor Pugliese. Vuoi che ti visiti? Chiamami Nicola e ascoltami”.

“Sì, Nicola. Mi dica, che succede”.

“E non farti rossa come il peperone, ma insomma alla tua età ancora arrossisci?”

“Vabbè, Nicola, ma mo’ non esageri…”.

“Ok, ok. Senti, ti ho chiamata perché voglio parlare un po’ con te del fatto di oggi pomeriggio. Il fatto del Consiglio comunale…”.

“Ah, ma allora nel Regno dei Cieli sapete proprio tutto? Azz…”.

“Sì, e dove non arriviamo noi con le nostre orecchie arrivate voi coi vostri strepiti. Senti, chiariamo prima di tutto una cosa. Io non voglio né una strada, né una villa, né un giardino, né un parco condominiale. No, lo dico perché Lassù si sta facendo un gran parlare. Sai, ci sono un sacco di morti eccellenti che aspettano da decenni che gli venga intestato almeno un vicolo, e arrivo io fresco fresco e mi becco una strada ad Avella. Magari pure una bella strada alberata, di quelle che se ci metti i tavolini riesci a giocare a scacchi per ore intere ed a chiacchierare senza che il sole ti buchi la testa…”

“Maestro, cioè Nicola…io non so se esiste una strada così ad Avella”

“Ahè. E fammi parlare. Tieni lo spirito poetico di una presa per la corrente. Fammi continuare.”

“Va bene, scusi”

“Insomma, Lassù mi pigliano pure un poco in giro. “Ma come, fai tanto per startene quieto a casa tua, te ne vai da Napoli per avere un po’ di requie, te ne vai in un paesino del mandamento a fare la tua vita serena tra discussioni, letture e scacchi, e mo’ te ne vieni che vuoi pure intitolata la strada??’”. Ma chi, io? Ma stiamo scherzando? Insomma, vedi signorina, tu staje facenn nu sacco e ammuina. E la devi smettere, per colpa tua Lassù quasi quasi  pensano che vorrei intestata la Casa comunale”.

“Io? Nicola, ma pure lei mo’ se la prende con me? Ma io non ho fatto niente. Cioè, io pensavo di fare bene. Insomma, io e lei non ci siamo nemmeno conosciuti, lo so. Ci siamo visti due minuti, e se non era per Carmine qua non sapevo nemmeno fosse lei quel signore con il Mattino davanti. Io e lei non abbiamo mai parlato di letteratura, né di politica. E se vuole saperla tutta, io non ho nemmeno letto il suo libro perché l’ho cercato ovunque e non l’ho mai trovato. Io non ero una sua amica, e non mi ricordavo neanche da quanti anni viveva ad Avella. Sul Mattino ho scritto venti perché l’ha scritto il suo amico Carratelli su La Repubblica…A proposito, ma Carratelli è veramente un suo amico? Comunque mi sono pure beccata la cazziata da Carmine Pasquino, perché dovevo chiamare lui per sapere con esattezza da quanti anni viveva ad Avella ed avere altre notizie più esatte. E vabbè, se si sbaglia Mimmo Carratelli mi posso sbagliare pure io, o no? Maestro, cioè Nicola, io dopo la cazziata di Carmine mi sono beccata pure la cazziata dell’assessore Canonico. E tutto davanti a sua figlia Alessandra. Lei si immagini, io vado al Palazzo ducale per assistere ad una bella cosa che forse un poco ho contribuito a far nascere pure io con le mie chiacchiere da bar trasfuse sul mio blog, e invece mi piglio cazziate a destra e a sinistra che manco alle scuole elementari. E mo’ ci si mette pure lei? E jamm, vuole sparare sulla Croce rossa!”

“Uè, e stai calma. E non fare la vittima, che non si addice ad un giornalista. Ma che ti pensi, che sei la prima o sarai l’ultima che pensa di scrivere qualcosa con un alto ideale, che per una volta pensava di avere fatto il bene della comunità nel suo piccolo, che si è illusa di avere messo un piccolissimo mattoncino in una storia non sua, e alla fine invece di ricevere una pacca sulla spalla si piglia pure le male parole? No, cara mia. Non sei la prima e non sarai l’ultima. Quindi levati quella faccia appesa, e fai la persona seria”.

“Ma io la faccio la persona seria, Nicola. Ma è che sono stufa di come girano le cose. Io avevo solo scritto che la minoranza le voleva intitolare una strada, una cosa bella, il mio direttore l’ha messa pure in prima pagina! Mi aspettavo gioia o indifferenza, ma non che quell’intervista a Pellegrino finisse sul tavolo degli imputati. Ci sono rimasta male, ecco”

“Ma fammi capire, ci sei rimasta male perché ti hanno quasi cazziato in pubblico, o per altro?”

“Nicola, ma io ai rimbrotti ci sono abituata. Certi miei pezzi sono finiti all’ordine del giorno di altri consigli comunali, mi sono beccata insulti e pure querele (per fortuna sempre archiviate, il mestiere un poco lo so fare). C’è sempre qualcuno che tiene da ridire, o che pensa che parteggi per questo o per quello. Pensi che in una stessa giornata uno del pdl mi chiamò comunista e uno del pd mi diede della berlusconiana. Capisce? A me di queste cose non importa neanche più. Se capisco di avere sbagliato, rettifico o chiedo scusa. Se sto nella ragione, mi faccio scivolare tutto addosso. Si figuri quindi se me la prendo perché un mio articolo è finito sul tavolo consiliare e ha fatto litigare maggioranza ed opposizione. Però sono mortificata”.

“E lo vedo che lo sei, vuoi un bicchiere d’acqua?”

“No, Maestro. Mi faccia finire, però. Ecco, io sono mortificata. Perché oggi ho visto sua figlia, che ha perso prima lei e poi sua madre in pochi mesi, ed ho pensato “che bella cosa che ci sia qualcuno che un poco se la adotta questa ragazza così bella rimasta senza genitori. Che bello che qualcuno si ricordi di suo padre”. Ed ero felice, perché ho visto che hanno parlato solo quelli che lo conoscevano bene, quindi non io, non il sindaco, ma solo i suoi amici. Ero contenta perché ho visto Lucio emozionarsi un poco, ho visto Carmine Pasquino con una copia di Malaqua autografata da lei, che teneva come una reliquia. Ho visto Mimmo D’Avanzo e gli altri suoi amici avellani tutti là. Ed ero contenta pure perché la cerimonia è durata due minuti, senza chiacchiere inutili. Una cosa bella e veloce, che pur senza conoscerla immaginavo le sarebbe piaciuta”

“Quante cose ti immagini di me…”

“Sì, immagino tanto, sono fatta così. Mi ero pure immaginata che quella cerimonia finisse lì e che non ci sarebbe stato spazio per urla e polemiche, ma solo per sorrisi e un po’ di commozione. Io lo so, me l’hanno raccontato che lei teneva un bel caratterino, ma mi piaceva pensare che le avrebbe fatto piacere essere ricordato dalla sua comunità adottiva”

“Ma certo che mi fa piacere”

“Ecco, Nicola. E faceva piacere pure a me, faceva piacere a tutti. Per questo mi sono mortificata. Perché ci sono mille modi, mille ragioni e mille motivi per contestare, litigare e fare casino, ma non doveva succedere oggi pomeriggio. Oggi no. Oggi si doveva guardare Alessandra che prendeva la targa, fare un applauso e lasciare a chi l’ha conosciuta il suo ricordo ed a tutti gli altri la curiosità di leggere il suo libro, tanto a maggio lo ristampano. Nicola, io volevo una giornata di festa. Non una polemica per colpa di una dichiarazione ripresa su un mio articolo, né una disamina sui tempi burocratici per avere intitolata una strada”

“Ma questa è la politica, cara mia. Devi ancora farci il callo alla tua età?”

“Sì. Sì Nicola, devo ancora farci il callo e me ne vanto. Perché sono ancora di quelle che crede che ci siano tempi e modi per fare polemiche. Non sono un’illusa, sono solo una che continua a sperare che non si strumentalizzi tutto per amore di polemica, ma che si litighi e si faccia la guerra solo per cose sensate e reali”

“Vabbè, ma forse chi ha fatto la polemica ha pensato di fare una cosa sensata. In fondo per intitolare una strada non ci vogliono dieci anni?”

“E no, e no caro Nicola. Esistono le deroghe, e le può concedere il prefetto. Altrimenti non avremmo una via Montalcini, morta il 31 dicembre scorso, o tante vie dedicate a Papa Giovanni Paolo II. Certo, il Prefetto può pure non autorizzare. Ma intanto l’amministrazione può chiedere una deroga, e la strada gliela possono intitolare anche domani. Ecco cosa mi mortifica. Una polemica inutile in una giornata speciale, basata sulla burocrazia e non sui sentimenti. Questo mi delude”

“Ho capito, mi dispiace. E senti, mi dispiace pure che ti ho detto che stai facendo solo ammuina. Non volevo offenderti, pazziavo…”

“Lo so, maestro. E si faccia chiamare ‘maestro’, ché io di maestri ne tengo ancora bisogno, soprattutto quando mi sento spaesata e delusa come adesso. Mi perdoni”.

“E va bene, chiamami come vuoi. Basta che stai tranquilla. Siediti qua, dico a Carmine di portarti un gelato. Stavolta lo accetti, vero?”

“Sì, stavolta sì”. 

A FACCIA MIA SOTT’ A MUNNEZZA VOSTRA

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Qualche giorno fa ad Avella tre persone sono state denunciate  e multate per sversamenti abusivi. Avevano lasciato la loro immondizia sotto il Castello di Avella e vicino alla pineta del Fusaro, due luoghi da preservare, simbolo della storia e della natura della cittadina “archeologica”. Una buona notizia, una piccola buona notizia in una marea di brutture sfornate ogni giorno dall’informazione locale e nazionale. L’ho scritta anche per il Mattino, per l’edizione cartacea della provincia di Avellino, ed un richiamo c’è stato anche sulla pagina del sito, a carattere nazionale. Vi chiederete perché una cosa del genere (tre multe per sversamenti abusivi, certo non roba da Pulitzer) si sia guadagnata tale ribalta. La notizia sta nella notizia, e nel racconto che mi è stato fatto. Ero ad Avella qualche giorno fa quando ho incontrato il sindaco Biancardi. Mimmo ha approfittato del nostro fortuito incontro per raccontarmi delle tre denunce. Si lamentava, il sindaco, di come la sua e quella dei due vigili del paese (due vigili per un comune di 7mila abitanti!!!!!) fosse una battaglia impari contro maleducazione, atteggiamenti camorristi ed abbandono da parte delle istituzioni ‘alte’. Proprio di questo si lamentava Biancardi mentre entrava nei particolari di quel blitz ambientale. Particolari a metà tra l’esilarante e lo sconcertante. Il primo cittadino di una comunità italiana di 7mila abitanti, infatti, è stato costretto ad improvvisarsi investigatore dell’immondizia. Armato di spirito indagatore (e guanti e mascherina, speriamo per lui) insieme ai vigili ha controllato il contenuto di quelle discariche per riuscire a risalire agli ‘scaricatori’. La battuta è troppo facile, Biancardi si è trasformato, non solo metaforicamente, nel ‘commissario munnezza’, quello di Thomas Milian per intenderci. Nel corso dell’indagine, che ai più ricorderà la scenetta de “Il mistero di Bellavista” (con Luciano De Crescenzo e Marina Confalone che frugano nei rifiuti del vicino per scoprire l’autore di un presunto assassinio), si è anche imbattuto in qualcosa di sbalorditivo ed assurdo al tempo stesso. Tra cartacce, vetri, pezzi di plastica e pezzi di mobili, c’era una foto in bianco e nero. Una foto di lui bambino, insieme ai genitori, scattata nel corso di una festa privata. “Non potevo credere ai miei occhi- mi ha confidato- Quello nell’immondizia ero io da bambino insieme ai miei”. Quella foto è stata di aiuto per riuscire a risalire agli autori del misfatto e multarli per sversamento abusivo di rifiuti. Ed anche un’occasione per rimbrottarli: “Ma come- ha detto loro l’avvocato Biancardi- mi avete buttato nella spazzatura?”.  Proprio così: quelle persone che avevano usato il castello come discarica avevano “buttato” il sindaco nella discarica. Avevano buttato lui, un suo frammento di passato, una sua storia, il ricordo di suo padre e sua madre. Ma non solo. Quelle persone, in quella discarica, hanno buttato anche me, un pezzo del mio futuro, e hanno buttato voi, il vostro futuro, quello dei vostri figli, dei vostri vicini di casa, dei vostri amici, del vostro paese e della vostra dignità. In quella piccolo sito di schifezze abbandonate non c’era solo l’immagine sbiadita in bianco e nero di un bimbo che sarebbe diventato il sindaco della città quaranta anni dopo. C’era anche l’immagine sbiadita della nostra civiltà, del nostro amor proprio, della nostra cultura, della nostra quotidianità,  di cui pochi malfattori si sono impadroniti con i loro comportamenti incivili e mafiosi, giustificati ed avallati dalla nostra condivisa indifferenza. In quella discarica c’eravamo tutti noi. La faccia nostra, sotto la munnezza loro.

 

SONO STATA NELLA VILLA DEL BOSS. E NON HO AVUTO PAURA

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Come ve la immaginate la villa di un boss della malavita? Isolata, blindata, piena di vie di fuga, un po’ tetra. Questo era esattamente la villa di Adriano Graziano, il boss quindicese capo dell’omonimo clan del Vallo di Lauro, il bunker da cui ha comandato e gestito la faida contro i Cava, in cui ha deciso vendette ed affari, monopolizzato il destino di un territorio. Il ‘Nolano Sette’ è entrato tra le mura del regno dei Graziano, ha fotografato questo ex rifugio camorrista che tra poco sarà restituito alla legalità ed alla operosità della gente del posto. La villa bunker di Adriano Graziano, il primo bene confiscato nella storia della camorra irpina, diventerà grazie all’impegno di amministratori locali ed all’associazione ‘Libera’ di Don Luigi Ciotti, un maglificio.
LA VISITA– E’ un pomeriggio di primavera quando arriviamo a Quindici. Non siamo soli, abbiamo una guida speciale, del posto, che ci aiuterà a scoprire i segreti di Villa Altachiara, appartenuta ai Graziano. Viene in auto con noi, prima ci fa fare una strana tappa in paese, dove saluta due amici. Poi ci svelerà che era il suo modo per accertarsi che nessuno venisse ad impicciarsi della nostra ‘intrusione’. Arriviamo in una strada di campagna, effettivamente isolata eppure a pochi passi dal centro. E’ Masseria D’Alia, una posizione strategica. Alte mura di cinta (circa 10 metri ), un portone di ferro che già dall’esterno capisci essere super blindato. Ecco come ti accoglie il bunker del boss, l’ex bunker del boss, una abitazione peraltro costruita senza permesso catastale, tutta in cemento armato e con le chiusure a mandata esterna ed interna. Una tana.  Con un portone che sembra un ponte levatoio.  Siamo colti dalla sensazione di essere estranei in un luogo protetto (anche se oggi qui dentro comanda lo Stato, comanda l’anticamorra). Sappiamo che il regno è finito, almeno nella villa, ma comprendiamo come doveva sentirsi chi si avvicinava a questo luogo vigilato da telecamere di sorveglianza (ed uomini armati). Proviamo disagio anche se nulla può accaderci. “Stiamo tre minuti e via- ci dice la nostra guida-. Adesso qui è tranquillo ma non si sa mai, qua tutti hanno occhi ed orecchi invisibili”. Poi ci racconta dei due politici avellinesi (uno oggi è deputato) che vennero a visitare la ‘conquista’ dell’antimafia e furono bloccati da un’auto con dentro due giovani: “Mi chiamarono, non sapevano che fare. Quello era un chiaro messaggio”. Dopo questo racconto entriamo con ancora maggiore circospezione. In questo posto non c’è più nessuno, ha vinto lo Stato. Ma là fuori? Chi ci osserva? C’è ancora soggezione, omertà, collaborazione con il clan? Entriamo. Varcato il portone, ci accoglie inaspettatamente un giardino, un’area verde che d’estate avrà dato sollievo e frescura al capo dei capi e famiglia. C’è un ulivo al centro, poi altre piante esotiche (e costose), un giro di siepi, qualche albero da frutta, l’erba cresce, nessuno (ancora) la cura. Chissà se era lo stesso Adriano Graziano a prendersene cura quando viveva la sua latitanza dorata in casa propria. Pensieri femminili ingentiliscono un posto che ha covato violenza. Superiamo il giardino, di fronte abbiamo l’abitazione della famiglia Graziano. Una normalissima villetta bianca con infissi marroni ed un tetto spiovente coperto di tegole.  Una normalissima villetta, ci ripetiamo. In realtà con porte, finestre e terrazzi di acciaio, chiusure con chiavi interne, una prigione dorata. Nei giorni dei fasti del clan (e dell’acme della faida con i Cava), lì dentro c’erano suppellettili preziose, marmi e pavimenti da villa di lusso. Ed una stanza tutta rosa per la figlia del capoclan.  La violenza ha dato, la violenza ha poi tolto. Ma i mobili (e pure alcuni pilastri) se li sono portati via i camorristi, qui è rimasto solo il guscio vuoto. Poco distante, una villetta di dimensioni più ridotte: ancora ad un piano, con tetto spiovente, di colore verde bottiglia ed un bel patio davanti. Era la casa del fratello del boss,  Antonio, anche questa oggi è disabitata. Nell’intercapedine tra la struttura ed il tetto si rifugiò Antonio  Graziano per sfuggire al blitz delle forze dell’ordine dopo la ‘strage delle donne’ nel 2002. Ci rimase dentro per 4 ore. I giornalisti parlavano di bunker nel bunker, in realtà si tratta di uno spazio ricavato sotto il tetto.  Proseguiamo lungo il vialetto, la nostra guida spalanca dinanzi a noi un finestrone basso in acciaio: è una via di fuga. E’ la botola dalla quale si poteva fuggire in caso di perquisizioni di carabinieri e polizia, o agguati dei nemici. Ci sentiamo in un film d’azione, ma siamo nella campagna di un piccolo Comune al confine tra Avellinese e Nolano. Affianco alla botola, i garage che ospitarono le lussuose auto della famiglia Graziano, e quello che è in effetti l’ingresso principale della villa, un altro portone blindato che dà su un viale alberato. Il viale lo scorgiamo attraverso un oblò costruito con vetri antiproiettile. Quando qualcuno bussava al castello del boss, doveva prima percorrere il viale (dando così tempo alla sorveglianza di capire se fosse davvero chi si era annunciato); attraverso l’oblò a prova di arma, si controllava ogni spostamento. Per capire che significa vivere da camorrista, bisognerebbe visitare ogni tanto una di queste abitazioni. Nonostante il giardino, nonostante la giornata di sole, nonostante l’apparente normalità del posto, tanti piccoli particolari opprimono e tolgono il respiro: la botola, l’oblò antiproiettili, le porte a chiusura interna, sono la concretizzazione della paura. La paura di restare vittime di agguati. La paura di essere arrestati. La paura di tutto ciò che non era controllabile. Una vita da schifo. Ci allontaniamo da questi simboli del terrore, ci voltiamo, di fronte a noi si spalanca la nuova realtà. Un muro bianco, l’interno della cinta che circonda villa Graziano, costellato di nomi scritti con colori diversi e vivaci. Sono i nomi di ragazzi ed adulti che hanno lavorato per liberare questo posto dal marchio di infamia della camorra. I nomi di giornalisti, attivisti di associazioni, scout. Un murales della legalità che sorge quasi di fronte una impalcatura in cemento su cui nascerà il maglificio voluto da ‘Libera’ per riscattare questo bene confiscato. Il vialetto che ci ha condotto dinanzi all’altro ingresso è decorato sui lati dalle bandiere di ‘Libera’, l’associazione di don Luigi Ciotti che gestisce beni confiscati alla mafia ed alla camorra. Anche queste sono colorate, e sembrano essere lì da sempre e non solo da qualche anno. Ma non è così. Prima in questo giardino non c’erano bandiere colorate, ma solo gli stendardi della malavita.
LA STORIA- Villa Altachiara dal 29 febbraio del 2012 è diventata un bene del Comune. Questo dopo un lungo, a volte tortuoso, iter burocratico che ha visto in prima linea il sindaco di Quindici Liberato Santaniello, un amministratore che sta lottando molto sul frangente della lotta alla camorra, già solo con il suo essere un primo cittadino onesto. La casa era di proprietà di Adriano Graziano, oggi in carcere in regime di 41bis dopo l’arresto a Valmontone (Roma) all’uscita di un centro commerciale. Qui Graziano viveva con la moglie e la figlia, e decideva le manovre del sodalizio, soprattutto quelle contro il clan avverso dei Cava. Graziano e Cava sono stati protagonisti di una faida ventennale, costellata da episodi sanguinari come la ‘strage delle donne’ del 26 maggio 2002; in quel tragico giorno di primavera morirono Michelina Cava, Maria Scibelli e Clarissa Cava (questa di appena 16 anni), ovvero sorella, cognata e figlia del boss Biagino Cava. Un eccidio cercato e realizzato dai Graziano, materialmente eseguito dal fratello di Adriano, Antonio. La strage delle donne fu il punto più basso e sanguinoso dello scontro (puntualmente raccontato nel libro ‘La faida’ del giornalista Giovanni Sperandeo, edizione Mephite), ma anche l’inizio del declino dei Graziano, poi decimati da arresti e sequestri. Tra i beni sequestrati dalla Dda, anche la villa bunker  che dal febbraio dello scorso anno è diventato bene del patrimonio immobiliare del Comune di Quindici dopo la confisca. Risolti alcuni passaggi, tra cui lo sfratto della moglie del boss, che viveva ancora lì, si è cominciato a pensare a come riconvertire questo luogo. Alla fine si è deciso di puntare sul progetto realizzato dall’Istituto per geometri ‘Oscar D’Agostino’ di Avellino, messo in campo con ‘Libera’: è il progetto di un maglificio. Si conta di dare lavoro ad una decina di ragazzi del posto.
L’ULTIMO CAPITOLO- Il progetto ‘Cento e Quindici passi’ si è concluso lo scorso 18 marzo con la concessione, da parte della Regione, di 91mila euro per la costruzione del maglificio. L’ultimo capitolo di questa storia sanguinaria, l’occasione di riscatto e di rinascita. Quindici può voltare pagina. La pace partirà da qui, proprio dalla casa del boss.

IL CANE E’ CIO’ CHE C’E’ DI MEGLIO NELL’UOMO (CIT). STOP ALLE POLEMICHE, AIUTIAMO IL RIFUGIO DI VIA TORA

Mi sta colpendo molto la reazione che alcuni cittadini del mandamento hanno avuto alla notizia del sequestro del canile-rifugio di via Tora ad Avella. Una struttura cui la Guardia di finanza di Baiano ha messo i sigilli perché vi avrebbe riscontrato delle irregolarità. Per esempio, questa è la versione degli investigatori, gli spazi in cui erano i 55 cagnolini, sarebbero stati troppo angusti. Box che ospitavano anche tre animali, “senza gocciolatoi e tra i liquami” dicono le forze dell’ordine. Poi ferri sporgenti, recinzioni arrugginite, condizioni di vita non ottimali per gli animali che in quel terreno avevano trovato chi li sfamasse e curasse dai malanni. Si tratta soprattutto di trovatelli, animali abbandonati da gente senza scrupoli, randagi ‘raccolti’ in strada da volontari animalisti o normali cittadini, o cani messi a pensione. Alla notizia del sequestro, sulla pagina Facebook di Mandamento notizie è nato un dibattito molto articolato, a volte feroce: da una parte chi difendeva il rifugio ed i suoi ‘gestori’, ritratti come piccoli eroi del quotidiano, gente di cuore che si spende (anche economicamente) per salvare quei poveri cuccioli; dall’altra chi ha difeso strenuamente l’operato della Guardia di finanza, ricordando che “le leggi vanno rispettate, così come il lavoro delle forze dell’ordine”. Per quanto mi riguarda, in questa battaglia tra guelfi e ghibellini non voglio schierarmi, preferisco piuttosto fare un’altra riflessione. Ho visto le foto pubblicate da Giuseppe Guerriero per Mandamento Notizie, ho visto i cani ed i posti in cui erano tenuti. Non ho visto canili-lager, né cani in sofferenza. Che io sappia, in quel posto c’è solo un animale cieco e qualcuno più magro degli altri, ma le fonti (devo precisarlo) sono le forze dell’ordine. Ho visto qualche condizione ai limiti del precario, e forse un box con tre cani è una soluzione un po’ azzardata, anche se motivata dalla necessità. Poi ho visto le foto dei volontari del rifugio che abbracciavano quelle povere bestie, condiviso il loro amore per quello che facevano, capito che quel luogo non è un lager, non è un triste ospizio né un covo di briganti. Nello stesso tempo ho parlato con chi quel sequestro ha operato, e che ha spiegato le ragioni di legge (e oserei dire di cuore) che li ha spinti ad effettuare quel blitz ed a profilare addirittura, per il titolare, il reato di maltrattamento di animali. A colpire le fiamme gialle (che non sono robot costruiti per applicare pedissequamente la legge, ma gente che lavora sulla strada ed in ufficio, ed ha famiglie, magari animali domestici, sentimenti ed anche un fortissimo orgoglio professionale) sono state proprio le condizioni in cui vivevano le bestiole. Perché non basta amare per far stare bene un cane. Serve anche tutelarlo, tenerlo pulito, non farlo vivere tra i liquami, evitare che si faccia male. Tutte cose che lì erano solo in parte garantite, secondo le forze dell’ordine. Insomma, come in quasi tutte le vicende in cui l’amore si scontra con la legge, la verità(e la giustizia) sta nel mezzo. E proprio in quel ‘mezzo’ non bisogna perdersi, limitandosi a schierarsi per questo o per quello, ad invocare le leggi o l’animalismo; in quel ‘mezzo’ bisogna darsi da fare. Aiutare il titolare del rifugio a rimettere a posto quello spazio, consentire al canile di essere un luogo in cui si amano gli animali e si rispettano le leggi, garantire, mentre la legge fa il suo corso, che quel terreno diventi un posto pulito e dignitoso, più di quanto lo fosse già. Chiedere che le norme di legge vangano rispettate, e nel frattempo spendersi il doppio per la cura dei cinquantacinque cagnolini. E poi passarsi la mano sulla coscienza e chiedersi: ma quanto facciamo noi tutti,ogni giorno, per i nostri animali e per i randagi? Quanto era solo quel ragazzo che accudiva il canile sobbarcandosi il maggiore impegno rispetto agli altri? Quanti di noi sono animalisti d’occasione, e poi ignorano pure le condizioni di un canile a tre passi da casa nostra? Dopo avere risposto a queste domande, ed io sono la prima a pormele, riponiamo le fiaccole e le polemiche, che non servono, mettiamo mani al portafogli e rimbocchiamoci le maniche, anche noi che fino a ieri ignoravamo anche l’esistenza del rifugio. Ed aiutiamo in qualche modo questi cuccioli e chi da sempre si prende cura di loro.